Colpa medica: quali sono gli oneri probatori a carico di chi chiede il risarcimento?

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L’attore-paziente che agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni alla persona, deve adempiere  determinati e specifici oneri probatori, in assenza dei quali, il Giudice, in un ambito di applicabilità dell’art. 2236 cc, non ammette la consulenza tecnica di ufficio.

Nella vicenda che trattiamo e che si è conclusa con la sentenza emessa dal Tribunale di Roma il 31.05.2018, una donna, sottopostasi ad un intervento medico al piede, aveva lamentato, dopo circa tre mesi,  un peggioramento della propria condizione.

Ritenendo infatti che, l’operazione chirurgica non fosse stata effettuata a regola d’arte e con la dovuta perizia tecnica, aveva citato in giudizio il medico e la casa di cura, nonché l’assicurazione da questi chiamata in manleva.

Relativamente agli addebiti che l’attrice aveva mosso nei confronti del medico, essi non sono sembrati, da subito, supportati da specifiche e dettagliate allegazioni probatorie.

Il Giudice di prime cure infatti ha rilevato, non solo la carenza espositiva dell’atto di citazione ma anche la carenza di allegazione probatoria, dato che, parte attrice si è affidata solo ed esclusivamente alle risultanze dell’elaborato medico del proprio tecnico di parte, in cui non veniva precisati quali errori fossero addebitabili al medico convenuto, nell’eseguire l’intervento.

Pertanto, l’azione attorea si basava solo su tale relazione medica, ritenuta evidentemente dal Giudice insufficiente, in quanto il medico di parte aveva espresso un giudizio di colpa medica, senza indicare specificamente, quali condotte medico-sanitarie avrebbe dovuto porre in essere il convenuto-medico al posto di quelle di fatto assunte, in che modo dette condotte si potevano collegare causalmente con le condizioni della paziente e perché tali condizioni costituivano l’evento dannoso. In conclusione, sia nell’atto di citazione sia nella perizia di parte, non risulta alcun errore del medico nella esecuzione dell’intervento.

Parte attrice non ha quindi rispettato l’onere di provare il nesso di causalità fra l’azione o l’omissione del sanitario ed il danno di cui chiedeva il risarcimento, non presentando un’allegazione approfondita, precisa e specifica, delle prove a sostegno della propria domanda. Tutto ciò in palese contraddizione del principio sancito dalle S.U. della Cassazione, nella sentenza dell’11/01/2008 n. 577, secondo le quali, nell’ambito dell’azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni dette di comportamento, assume rilievo non un qualunque inadempimento, ma solo quello cosiddetto qualificato, che costituisce causa efficiente alla produzione del danno.

Perciò, chi addebita un danno ad una condotta, deve dimostrare in via causale il collegamento del danno a quella determinata condotta, e ciò non è stato effettuato dall’attrice, nel caso in oggetto.

Per tale motivazioni, in assenza di tali elementi probatori, il Giudice, nell’ambito di applicabilità dell’art. 2236 c.c., non ha dato corso alla consulenza tecnica d’ ufficio.