Sei mesi di sospensione per l’avvocato che trattiene denaro e documenti dei clienti

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Sei mesi di sospensione dall’esercizio dell’attività forense per aver trattenuto il denaro di alcuni clienti e per non aver restituito i documenti relativi a incarichi revocati. E’ la sanzione confermata dalla Corte di Cassazione a un avvocato iscritto all’albo, gestore di una società professionale britannica.

La decisione, è stata impugnata dal professionista davanti al Consiglio nazionale che, con una sentenza del 2015, ha respinto il ricorso rilevando, tra l’altro, che le vicende contestate all’avvocato riguardavano l’attività svolta nella penisola e non quella svolta nel Regno Unito. Giusto, pertanto, attribuirne la competenza al Consiglio dell’ordine forense italiano, cui il professionista era iscritto.

Nella sentenza n. 25627 depositata il 14 dicembre 2016, i giudici dimostrano in maniera molto circostanziata perché non sia esigibile la devoluzione della potestà disciplinare all’autorità britannica di vigilanza. “Tutti gli indicatori forniti dal Consiglio nazionale forense – si legge nel documento – convergono verso la riferibilità in ambito nazionale dell’attività svolta dal professionista in un arco temporale più lungo e tale quindi da radicare in Italia la competenza disciplinare, al di là dei singoli e circoscritti episodi giudicati dall’organismo britannico di vigilanza circa la società professionale operante nel Regno Unito dal 5 aprile 2008 al 5 aprile 2009”.

Riguardo il denunciato vizio di motivazione lacunosa, apparente o incongrua, lamentato dal ricorrente, i giudici confermano che dalla lettura della sentenza non emerge alcun “sviamento di potere”, ovvero l’uso censurabile della potestà disciplinare per un fine diverso da quello per il quale è stato conferito ma, unicamente, “una difforme valutazione delle risultanze processuali”. Il ricorso, dunque, è rigettato.