Calcio: si può commettere reato con un fallo?

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In buona parte degli sport esistenti, il contatto fisico tra gli atleti è necessario: ma fino a che punto è possibile usare violenza, senza commettere reati?

Esistono molti sport «di contatto» (come il calcio), in cui l’approccio fisico tra i giocatori è inevitabile. Ma qual è il limite della «violenza sportiva»? Il codice penale prevede al suo interno il reato di percosse e quello di lesioni personali: durante un incontro agonistico gli atleti pongono in essere condotte (come tackle fallosi, gomitate) teoricamente idonei a configurare tali delitti. Quando, viceversa, le azioni degli sportivi sono considerate reato?

Ci sono sport in cui l’uso della violenza fisica è espressamente previsto da regolamento. In poche parole, la violenza è l’essenza stessa della disciplina agonistica (si pensi al pugilato, al judo, alla lotta libera). Si parla, a questo proposito, di sport «a violenza necessaria» o «a contatto istituzionalizzato». In questi casi, è il regolamento che consente di porre in essere azioni astrattamente idonee ad integrare i reati di percosse o lesioni personali.

In altri sport, invece, l’uso della violenza non è necessariamente richiesto, ma è ammesso in particolari casi e a determinate condizioni. Appartengono a questa categoria buona parte degli sport di squadra, come il calcio, il rugby, il football americano. È riguardo a queste discipline che bisogna chiedersi quando l’atleta può andare oltre il contesto di gioco e commettere un reato nei confronti dell’avversario.

Il nostro ordinamento si basa sulla legalità formale: questo significa che ciò che è reato, ma anche ciò che giustifica una condotta violenta, deve essere espressamente previsto dalla legge.

La giurisprudenza è concorde nell’affermare che l’interesse generale della collettività allo svolgimento delle attività sportive prevale su quello, individuale, all’incolumità personale. In poche parole, lo sport viene inteso quale fenomeno sociale, che consente anche il potenziamento fisico e psichico dei giovani. Tale esigenza è sufficiente per sancire la non punibilità della violenza sportiva.

I limiti della violenza sportiva: il rispetto delle regole del gioco e la soglia del «rischio consentito»

Acclarata le regola che fonda la non punibilità della violenza sportiva, occorre interrogarsi sui limiti del suo operare. A tal fine, bisogna distinguere a seconda che la condotta dell’atleta:

rispetti le regole del gioco;

non rispetti le regole del gioco.

Per il primo caso, si pensi ad un intervento regolare, non sanzionato come fallo dall’arbitro perché non contrario al regolamento di gioco. In questi casi, è fuori discussione che la condotta del giocatore non possa integrare né un illecito sportivo (ammonizione, espulsione, squalifica), né tanto meno un reato.

Punto 2: il giocatore interviene fallosamente sull’avversario e viola così il regolamento. Che accade se la violazione è volontaria e c’è l’intento di ledere l’incolumità dell’avversario. In questi casi, si commette un reato doloso, cioè intenzionale . In tali circostanze, infatti, la competizione sportiva è solo il pretesto e l’occasione per far male all’avversario. Nella maggior parte dei casi, i delitti in questione sono punibili previa querela della persona offesa. Viceversa, in caso di lesioni gravi o gravissime il procedimento penale inizia d’ufficio, senza bisogno della richiesta della vittima.

Se invece la violazione è volontaria, ma senza intento lesivo, si commette:

un mero illecito sportivo, se la condotta non supera il «rischio consentito»;

un reato se l’azione va oltre il «rischio consentito».

Il cosiddetto rischio consentito, quindi, è la soglia che consente di stabilire quando si compie un semplice illecito sportivo e quando, invece, si sfocia nel penale. Restare nel limite del rischio consentito significa rimanere nell’ottica dello sport che si sta praticando, comportandosi in modo strumentale rispetto alla competizione (ad esempio, commettendo un fallo per impossessarsi del pallone). In questo caso la violazione della regola del gioco è volontaria, ma non potrà mai avere conseguenza penali. Si commetterà solo un illecito sportivo, punito secondo regolamento. Viceversa, se la condotta del giocatore risulta abnorme, sproporzionata, esagerata rispetto allo sviluppo del gioco, si configurerà un reato colposo.

La Cassazione fa notare che la soglia del rischio consentito varia da sport a sport. Nel rugby, ad esempio, la tolleranza è maggiore rispetto al calcio. Non solo, occorre anche verificare, caso per caso, se si tratta di un incontro agonistico o amatoriale, di una competizione o di un allenamento, se i giocatori sono professionisti o dilettanti. Il giudice, quindi, dovrà delineare nel caso concreto la soglia di rischio sussistente. È chiaro come le regole di prudenza saranno più stringenti se i fatti sono accaduti durante un incontro amatoriale, o tra dilettanti, o durante un allenamento. Al contrario, si tenderà a giustificare maggiormente le condotte violente poste in essere in una competizione agonistica tra atleti professionisti.