Separazione: vendita casa coniugale cointestata

Casa cointestata: a chi va dopo la separazione?
In caso di separazione tra marito e moglie, la casa coniugale viene assegnata dal tribunale al coniuge con cui vanno a vivere i figli non ancora indipendenti economicamente.
Casa cointestata: che succede se la coppia si separa?
Se la coppia si separa senza aver avuto figli o non ci sono ragioni per assegnare la casa a uno dei due coniugi, marito e moglie hanno piena libertà di trovare la migliore soluzione per la divisione dell’immobile. Se però non si trova un accordo, sarà il giudice a disporre la divisione in natura del bene.
La casa cointestata può essere sempre venduta dai coniugi, ma con il consenso di entrambi.
Casa cointestata: che succede se viene venduta prima della separazione?
Potrebbe succedere che i coniugi decidano di vendere la casa prima della separazione. In questo contesto, secondo la Cassazione, prevale il diritto del venditore salvo che, nel contratto di compravendita, venga inserita una clausola di rispetto del comodato d’uso: in tale ipotesi, infatti, l’acquirente deve rispettare il diritto di abitazione riconosciuto in favore del coniuge. Diversamente, l’assegnazione non è opponibile al terzo acquirente (in quanto posteriore alla vendita).
Casa cointestata: che succede se viene venduta dopo la separazione?
Se i coniugi vendono la casa dopo la separazione con assegnazione della casa coniugale a uno dei due, prevale il diritto di quest’ultimo ad abitare l’immobile.
Con delle precisazioni:
1. se il provvedimento di assegnazione del giudice è stato trascritto nei pubblici registri immobiliari prima del contratto di compravendita, l’acquirente deve rispettare il diritto di abitazione del coniuge assegnatario finché ne sussistono i presupposti;
2. se invece il provvedimento di assegnazione non è stato trascritto, il diritto del coniuge assegnatario della casa prevale solo per nove anni decorrenti dalla data di assegnazione.

Tempi di attesa per visite, esami o ricoveri: novità dal Governo?

Il Governo ha predisposto un piano nazionale in materia per il triennio 2019-2021.
Sono infatti previsti ulteriori finanziamenti per cercare di accorciare i tempi di attesa per visite, esami e ricoveri e viene istituito proprio a questo scopo un Osservatorio che affiancherà regioni e province autonome.
In parole povere c’è la minaccia di licenziamento per chi non rispetta gli obiettivi.
Questo per tutelare il diritto del paziente a rivolgersi ad una struttura privata o ad un professionista facendo pagare visita o esame alla Sanità pubblica quando vengono superati i tempi stabiliti dalla legge.
I tempi di attesa per visite ambulatoriali
Il piano nazionale sui tempi di attesa per visite, esami diagnostici e ricoveri sono sempre gli stessi del passato.
Per quanto riguarda le visite ambulatoriali e le prestazioni strumentali, il piano fissa questi tempi massimi:
– prestazioni urgenti (contrassegnate U sull’impegnativa): da eseguire nel più breve tempo possibile e, comunque, non oltre 72 ore;
– prestazioni brevi (B): da eseguire entro 10 giorni;
– prestazioni differibili (D): da eseguire entro 30 giorni per le visite o entro 60 giorni per accertamenti diagnostici;
– prestazioni programmate (P): da eseguire entro 180 giorni fino al 31 dicembre 2019 ed entro 120 giorni dal 1° gennaio 2020.
Finora, il piano nazionale prevedeva un massimo di 30 o 60 giorni per le visite specialistiche in base alla natura della patologia e, quindi, del tipo di visita da fare.
I tempi di attesa per i ricoveri

Prestito di denaro non restituito: cosa fare

Cosa bisogna fare e come bisogna muoversi quando si prestano dei soldi (con bonifico),con tanto di dichiarazione scritta e firmata con scadenza, ma non si riesce a riaverli indietro?
La prima cosa da fare, prima ancora di muoversi legalmente, è verificare se chi ha ricevuto la somma di denaro ( il debitore) sia o meno nullatenente.
Se il debitore è un nullatenente, ossia ha una pensione pressochè nulla e non ha immobili di proprietà, allora in questo caso non è consigliabile intraprendere un azione giudiziale in quanto, anche in caso di condanna, non si riuscirebbe ad ottenere nulla dal soggetto in questione.
Diversamente, se il debitore è aggredibile dal punto di vista economico, si può pensare ad un’azione finalizzata al recupero del credito.

NPL: cosa sono?

Con la sigla Npl (Non Performing Loans) si intendono i crediti deteriorati ossia i crediti delle banche verso soggetti, persone fisiche e società, che, a causa di un peggioramento della situazione economica e finanziaria, non sono in grado di adempiere in tutto o in parte alle proprie obbligazioni contrattuali.
Si definiscono “deteriorate”, le esposizioni creditizie per cassa (finanziamenti e titoli di debito) e “fuori bilancio” (garanzie rilasciate, impegni irrevocabili e revocabili a erogare fondi, ecc.) verso debitori che ricadono nella categoria “Non performing”.
I crediti deteriorati vengono suddivisi in sottocategorie, diverse in base alla gravità della situazione debitoria:
– le “sofferenze”
– le “inadempienze probabili”
– le “esposizioni scadute e/o sconfinanti”.
Le prime ossia le sofferenze, sono esposizioni verso soggetti in stato di insolvenza.
I crediti segnalati come “sofferenze” sono quelli vantati dalla banca nei confronti di un soggetto in stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dalla banca.

Condominio

Non è reato riprendere chi non si preoccupa di proteggere adeguatamente la propria intimità.
Una pronuncia singolare quella della Corte di Cassazione e precisamente la n. 2598 del 08.01.2019, resa dalla III sezione penale, la quale è tornata ad occuparsi del tema della privacy del privato cittadino.
Nella specie, si è espressa sulla fattispecie di reato di cui all’art. 615-bis c.p. (interferenze illecite nella vita privata), ai sensi del quale chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione…..(omissis).
Nel precedente grado di giudizio l’imputato era stato condannato, per il reato anzidetto, in quanto aveva indebitamente realizzato filmati e fotografie, di una vicina di casa, mentre la stessa si trovava nuda nella doccia della propria abitazione.
Il Supremo Collegio ha accolto il ricorso, ritenendo non integrata la condotta illecita.
Secondo la giurisprudenza, la norma in esame mira a proteggere la privacy della vita familiare che si svolge nei luoghi considerati intimi, come la propria dimora, o comunque la propria residenza.
La Cassazione si sofferma però sul concetto di “indebitamente”. Per i giudici la norma va necessariamente letta in relazione all’art. 614 c.p.
Seppure la condotta, quindi, di fotografare o riprendere qualcuno, abbia a oggetto i luoghi di abitazione del fotografato, la stessa non sarebbe illecita, ove non avvenga clandestinamente o con inganno.

Danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance, è una figura per molti ancora sconosciuta, mentre è, soprattutto ultimamente, di notevole importanza e andrebbe approfondita per riuscire a tutelare in maniera corretta i propri diritti che sono inviolabili e costituzionalmente garantiti.
Di perdita di chance in ambito sanitario si parla, nella maggior parte dei casi, con riferimenti a pazienti colpiti da patologie neoplastiche (tumorali) tardivamente riconosciute in cui l’omissione o la tardiva diagnosi pregiudica la possibilità di guarire, di curarsi o addirittura di sopravvivere.
Possiamo parlare di due tipi di perdita di chance:
a) perdita di chance di guarigione e cura nei casi in cui una corretta diagnosi, avrebbe determinato, per un certo tempo, un ritardo nel verificarsi dei sintomi invalidanti e quindi un rallentamento della malattia che si sarebbe comunque manifestata.
b) perdita di chance di sopravvivenza nei casi in cui, a seguito di un errore o ritardo nella diagnosi, il paziente danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

Errato dosaggio farmacologico

La relazione medico-paziente presuppone un rapporto di massima fiducia da parte di quest’ultimo nei confronti del primo.

Molto spesso ci siamo trovati di fronte e non è una rarità a casi di errata terapia o di errato dosaggio nella somministrazione della cura medica.

In simili situazioni, il paziente ha diritto di richiedere un giusto risarcimento del danno patito e subìto.

Molto spesso infatti da un’errata terapia farmacologica o da un dosaggio errato della stessa, derivano al paziente gravi conseguenze.

I farmaci infatti, è giusto sottolinearlo,  possono influenzare negativamente tutti i sistemi dell’organismo a vari gradi di intensità.  Ci sono reazioni più lievi; sono sonnolenza, nausea, prurito e  reazioni gravi come  difficoltà respiratorie, danno cellulare, reazione allergiche ed emorragia.

Come intestare casa a un figlio minorenne?

La donazione ai bambini e ai figli minori di 18 anni è esente da imposte fino a 1 milione di euro e necessita del permesso del giudice tutelare.

Iniziamo col dire che, donare una casa a un figlio minorenne è possibile e soprattutto, oggi, a causa della crescente incertezza delle varie attività commerciali e della vita in generale, è sicuramente conveniente per vari motivi.

tutelare il patrimonio familiare dagli imprevisti di attività;
sottrarre il bene ad eventuali e futuri creditori;
possibile separazione o divorzio.
La prima cosa da tenere in considerazione è che quando si vuol intestare una casa a un figlio di pochi anni l’unico atto che si può compiere è la donazione e non la vendita; il minore, infatti, non ha capacità d’agire.

La seconda cosa di cui prendere nota, se si vuole intestare una casa a un figlio minorenne, è che bisogna sempre prima chiedere l’autorizzazione in tribunale al Giudice Tutelare.

Smarrimento cartella clinica: chi è responsabile?

Ogni paziente e, in caso di suo decesso, i vari eredi, hanno diritto all’accesso alla cartella clinica e ad estrarne copia. La presentazione della domanda può avvenire in vari modi: sia presentandola  allo sportello della direzione sanitaria oppure via posta elettronica, raccomandata o fax.

I tempi di consegna della copia della cartella clinica sono di sei giorni lavorativi.

Per legge, durante tutta la durata del ricovero del paziente in ospedale, il medico è responsabile della tenuta e della conservazione della cartella clinica. Tuttavia il suo obbligo di provvedere alla compilazione e alla conservazione della cartella clinica termina quando lo stesso invia la cartella all’archivio centrale.

Colpa medica: quali sono gli oneri probatori a carico di chi chiede il risarcimento?

L’attore-paziente che agisce in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni alla persona, deve adempiere  determinati e specifici oneri probatori, in assenza dei quali, il Giudice, in un ambito di applicabilità dell’art. 2236 cc, non ammette la consulenza tecnica di ufficio.

Nella vicenda che trattiamo e che si è conclusa con la sentenza emessa dal Tribunale di Roma il 31.05.2018, una donna, sottopostasi ad un intervento medico al piede, aveva lamentato, dopo circa tre mesi,  un peggioramento della propria condizione.

Ritenendo infatti che, l’operazione chirurgica non fosse stata effettuata a regola d’arte e con la dovuta perizia tecnica, aveva citato in giudizio il medico e la casa di cura, nonché l’assicurazione da questi chiamata in manleva.

Relativamente agli addebiti che l’attrice aveva mosso nei confronti del medico, essi non sono sembrati, da subito, supportati da specifiche e dettagliate allegazioni probatorie.

Il Giudice di prime cure infatti ha rilevato, non solo la carenza espositiva dell’atto di citazione ma anche la carenza di allegazione probatoria, dato che, parte attrice si è affidata solo ed esclusivamente alle risultanze dell’elaborato medico del proprio tecnico di parte, in cui non veniva precisati quali errori fossero addebitabili al medico convenuto, nell’eseguire l’intervento.