Prestito di denaro non restituito: cosa fare

Cosa bisogna fare e come bisogna muoversi quando si prestano dei soldi (con bonifico),con tanto di dichiarazione scritta e firmata con scadenza, ma non si riesce a riaverli indietro?
La prima cosa da fare, prima ancora di muoversi legalmente, è verificare se chi ha ricevuto la somma di denaro ( il debitore) sia o meno nullatenente.
Se il debitore è un nullatenente, ossia ha una pensione pressochè nulla e non ha immobili di proprietà, allora in questo caso non è consigliabile intraprendere un azione giudiziale in quanto, anche in caso di condanna, non si riuscirebbe ad ottenere nulla dal soggetto in questione.
Diversamente, se il debitore è aggredibile dal punto di vista economico, si può pensare ad un’azione finalizzata al recupero del credito.

DANNO NON PATRIMONIALE

Quando la vittima muore in un lasso di tempo, non suscettibile di accertamento medico legale, agli eredi non spetta nessun risarcimento del danno non patrimoniale.
Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione Sesta Civile del 3 dicembre 2018 n. 32372.
Senza analizzare nel dettaglio la vicenda che ha condotto alla sentenza de quo, possiamo dire che la persona ferita, che sopravvive un po’ di tempo e poi muore, può subire un danno patrimoniale.
Tale danno può riguardare:
– un danno alla salute;
– un danno riguardante l’animo e la sofferenza interiore.

NPL: cosa sono?

Con la sigla Npl (Non Performing Loans) si intendono i crediti deteriorati ossia i crediti delle banche verso soggetti, persone fisiche e società, che, a causa di un peggioramento della situazione economica e finanziaria, non sono in grado di adempiere in tutto o in parte alle proprie obbligazioni contrattuali.
Si definiscono “deteriorate”, le esposizioni creditizie per cassa (finanziamenti e titoli di debito) e “fuori bilancio” (garanzie rilasciate, impegni irrevocabili e revocabili a erogare fondi, ecc.) verso debitori che ricadono nella categoria “Non performing”.
I crediti deteriorati vengono suddivisi in sottocategorie, diverse in base alla gravità della situazione debitoria:
– le “sofferenze”
– le “inadempienze probabili”
– le “esposizioni scadute e/o sconfinanti”.
Le prime ossia le sofferenze, sono esposizioni verso soggetti in stato di insolvenza.
I crediti segnalati come “sofferenze” sono quelli vantati dalla banca nei confronti di un soggetto in stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dalla banca.

Condominio

Non è reato riprendere chi non si preoccupa di proteggere adeguatamente la propria intimità.
Una pronuncia singolare quella della Corte di Cassazione e precisamente la n. 2598 del 08.01.2019, resa dalla III sezione penale, la quale è tornata ad occuparsi del tema della privacy del privato cittadino.
Nella specie, si è espressa sulla fattispecie di reato di cui all’art. 615-bis c.p. (interferenze illecite nella vita privata), ai sensi del quale chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione…..(omissis).
Nel precedente grado di giudizio l’imputato era stato condannato, per il reato anzidetto, in quanto aveva indebitamente realizzato filmati e fotografie, di una vicina di casa, mentre la stessa si trovava nuda nella doccia della propria abitazione.
Il Supremo Collegio ha accolto il ricorso, ritenendo non integrata la condotta illecita.
Secondo la giurisprudenza, la norma in esame mira a proteggere la privacy della vita familiare che si svolge nei luoghi considerati intimi, come la propria dimora, o comunque la propria residenza.
La Cassazione si sofferma però sul concetto di “indebitamente”. Per i giudici la norma va necessariamente letta in relazione all’art. 614 c.p.
Seppure la condotta, quindi, di fotografare o riprendere qualcuno, abbia a oggetto i luoghi di abitazione del fotografato, la stessa non sarebbe illecita, ove non avvenga clandestinamente o con inganno.

Ricomprare la propria casa all’asta

Quando la propria casa viene messa all’asta dal Tribunale, sicuramente è perché siamo stati vittime di un pignoramento immobiliare.
In tali situazione, il Tribunale, prima di mettere all’asta un immobile, dispone una perizia tecnica per valutare lo stesso e fissa un prezzo di base a cui le eventuali offerte dovranno attenersi.
Se l’appartamento non verrà venduto al primo tentativo, il giudice fisserà un ulteriore udienza, con ribasso del prezzo del 25%.
Il nostro nel codice di procedura civile stabilisce che: «Ognuno, tranne il debitore, è ammesso a offrire per l’acquisto dell’immobile pignorato personalmente o a mezzo di procuratore legale».
Chi non può partecipare quindi all’asta?
Oltre al debitore, il codice civile elenca una serie di soggetti che non possono partecipare all’asta. Eccoli:
– genitori esercenti la responsabilità genitoriale sui figli rispetto ai beni ed ai diritti del minore;
– tutore e protutore riguardo ai beni e ai diritti del minore;
– amministratori dei beni dello Stato, dei comuni, delle province o degli altri enti pubblici, rispetto ai beni affidati alla loro cura;
– ufficiali pubblici, rispetto ai beni che sono venduti per loro ministero;
– coloro che per legge o per atto della pubblica autorità amministrano beni altrui, rispetto ai beni medesimi;
– mandatari, rispetto ai beni che sono stati incaricati di vendere.

Danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance, è una figura per molti ancora sconosciuta, mentre è, soprattutto ultimamente, di notevole importanza e andrebbe approfondita per riuscire a tutelare in maniera corretta i propri diritti che sono inviolabili e costituzionalmente garantiti.
Di perdita di chance in ambito sanitario si parla, nella maggior parte dei casi, con riferimenti a pazienti colpiti da patologie neoplastiche (tumorali) tardivamente riconosciute in cui l’omissione o la tardiva diagnosi pregiudica la possibilità di guarire, di curarsi o addirittura di sopravvivere.
Possiamo parlare di due tipi di perdita di chance:
a) perdita di chance di guarigione e cura nei casi in cui una corretta diagnosi, avrebbe determinato, per un certo tempo, un ritardo nel verificarsi dei sintomi invalidanti e quindi un rallentamento della malattia che si sarebbe comunque manifestata.
b) perdita di chance di sopravvivenza nei casi in cui, a seguito di un errore o ritardo nella diagnosi, il paziente danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

Pignoramento immobiliare prima casa

La materia del pignoramento immobiliare è, di base, più complessa rispetto a quelle di ogni altra forma di esecuzione forzata.
La legge mira infatti a garantire da un lato il debitore e dall’altro la trasparenza nei passaggi di proprietà. La normativa è stata poi integrata dal famoso decreto legge cosiddetto “del Fare”, approvato dal Governo Letta, che ha introdotto il cosiddetto divieto di pignoramento della prima casa: un divieto però che opera solo nei confronti dell’agente della riscossione.
Il divieto di pignoramento della prima casa non vale per qualsiasi creditore ma solo per gli agenti della riscossione (Agenzia Entrate Riscossione ed esattore delle imposte locali cioè Comune e Regione). A questi ultimi si applica dunque la norma che sancisce l’impignorabilità dell’abitazione.
La norma non pone il divieto di pignoramento nei confronti del primo immobile acquistato dal debitore, ma dell’unica casa. In altre parole, il divieto opera solo a condizione che il debitore non sia proprietario di altri immobili.
Quindi all’atto pratico, quando il soggetto rischia il pignoramento della casa da parte dell’agente della riscossione esattoriale? Innanzitutto egli deve avere la proprietà, anche per una minima quota, di un altro immobile (a prescindere dalla sua natura: terreno, fabbricato, box auto, ecc.). Ma ciò non basta. Il pignoramento immobiliare è possibile solo se ricorrono anche queste condizioni:

Omesso consenso nelle operazioni salva vita correttamente eseguite

La Corte di cassazione ha fornito alcune precisazioni in tema di responsabilità medica, con particolare riguardo alle ipotesi di danni risarcibili per mancanza di adeguato consenso informato in caso di corretta esecuzione di un intervento “salva vita”.
In tali ipotesi, ha ricordato la Corte con la pronuncia del 04.12.2018 n. 31234, la lesione del diritto all’autodeterminazione è oggetto di danno risarcibile tutte le volte che il paziente abbia subito le inaspettate conseguenze dell’intervento senza la necessaria e consapevole predisposizione ad affrontarle e ad accettarle, trovandosi invece del tutto impreparato di fronte ad esse.
I giudici di legittimità, hanno affrontato e si sono pronunciati su una vicenda in cui il paziente, affetto da un cancro alla laringe, aveva perso la capacità di parlare (fonesi) a seguito di un intervento (laringectomia totale), eseguito d’urgenza, come conseguenza dell’asportazione della laringe, intervento sul quale assumeva di non essere stato adeguatamente edotto.

Errato dosaggio farmacologico

La relazione medico-paziente presuppone un rapporto di massima fiducia da parte di quest’ultimo nei confronti del primo.

Molto spesso ci siamo trovati di fronte e non è una rarità a casi di errata terapia o di errato dosaggio nella somministrazione della cura medica.

In simili situazioni, il paziente ha diritto di richiedere un giusto risarcimento del danno patito e subìto.

Molto spesso infatti da un’errata terapia farmacologica o da un dosaggio errato della stessa, derivano al paziente gravi conseguenze.

I farmaci infatti, è giusto sottolinearlo,  possono influenzare negativamente tutti i sistemi dell’organismo a vari gradi di intensità.  Ci sono reazioni più lievi; sono sonnolenza, nausea, prurito e  reazioni gravi come  difficoltà respiratorie, danno cellulare, reazione allergiche ed emorragia.

Conto corrente cointestato: si può pignorare? fino a che limite?

Il pignoramento del conto corrente cointestato

In generale, in caso di conto corrente cointestato il creditore può pignorare il 50% (ossia la metà) delle somme depositate in banca o alle poste.

Allo stesso modo, ogni somma che dovesse essere accreditata sul conto cointestato dopo il pignoramento (per es. il pagamento da parte di un cliente) verrebbe “bloccata” nella misura massima del 50%. In sostanza la metà di tutto ciò che si trova sul conto cointestato viene assoggettata al pignoramento, ma solo entro i limiti dello stesso.

I rapporti tra banca e correntisti quando il conto è stato pignorato

Proprio perché il conto è solo parzialmente bloccato, la restante parte del deposito può essere utilizzata liberamente. Così ciascuno dei due correntisti –quindi anche il debitore – può prelevare dal conto, anche integralmente, la somma non pignorata.