Diritto dell’ex moglie al Tfr dell’ex marito.

In caso di divorzio, all’ex coniuge che non si è risposato spetta una quota del Tfr (trattamento di fine rapporto) erogato all’altro dal suo datore di lavoro. Questo diritto non spetta però alle coppie che sono ancora separate. In sintesi, se marito e moglie si separano e uno dei due muore prima dell’avvio della causa di divorzio, all’ex coniuge non spetta la quota del Tfr dell’altro.

Questi sono alcuni chiarimenti forniti dalla giurisprudenza in tema di diritto dell’ex moglie al Tfr dell’ex marito, ribaditi con una recente ordinanza della Cassazione e precisamente la n. 7239/2018 del 22.03.2018.

Se il lavoratore ha divorziato, cosa spetta all’ex coniuge?

Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di divorzio, ha diritto a una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Lavoro: multa per le offese via Facebook

La Cassazione con la sentenza numero 49506/2017,  ha recentemente decretato l’inammissibilità del ricorso di un lavoratore, così confermando la sua condanna a mille euro di multa e al risarcimento del danno

Offendere pubblicamente il proprio datore di lavoro è reato e nulla cambia se le offese sono perpetrate tramite Facebook: chi pone in essere un simile comportamento va punito penalmente.

Le conseguenze di uno sfogo irresponsabile sono ben note a un lavoratore pugliese che, proprio per aver offeso il proprio capo area, tramite il social network, dovrà ora rassegnarsi a pagare una multa di mille euro e a risarcire i danni cagionati dalle sue azioni.

Con la sentenza numero 49506/2017 del 27 ottobre, la Corte di cassazione ha infatti ritenuto inammissibile il ricorso presentato dal dipendente per sottrarsi a una pena confermata sia in primo che in secondo grado: le censure ad esso sottese, per i giudici, sono manifestamente infondate.

Part-time: il datore non può vietare un secondo lavoro.

In ipotesi di lavoro part-time, il datore di lavoro non può vietare tout-court al lavoratore di svolgere un’altra attività, compatibile con l’orario di lavoro. L’incompatibilità deve essere concretamente verificata; tale controllo può essere effettuato anche in sede giudiziale.

E’ quanto chiarito dalla Cassazione Civile, sez. lavoro con la sentenza n. 13196/17 del 25/05/2017

Gli “ermellini” hanno infatti accolto il ricorso del dipendente part-time di un patronato, licenziato per giusta causa per aver un secondo lavoro.

Offese al datore fuori dal lavoro: niente licenziamento

Rivolgersi al capo in modo offensivo, ma prima dell’inizio del turno di lavoro, non può essere considerato un’insubordinazione: per cui, anche se tale comportamento sia ugualmente deprecabile e sanzionabile dal punto di vista disciplinare, non può però portare al licenziamento. Perché si possa parlare di «insubordinazione» è necessario che la reazione del dipendente si inserisca in un contesto aziendale e sia causa proprio delle direttive impartite dal datore di lavoro; al contrario, la lite che avviene nella pausa pranzo o caffè, oppure prima che il turno inizi, è ancora al di fuori dal rapporto lavorativo vero e proprio; quindi per le offese fatte al datore fuori dal lavoro non c’è licenziamento. È quanto chiarito dalla Cassazione con la sentenza n. 11027/17 del 5.05.2017.

Visita fiscale: lavoratore responsabile anche se è in casa?

L’ingiustificata assenza del lavoratore alla visita medica di controllo non si ha necessariamente con l’assenza del medesimo dalla propria abitazione, ma può essere integrata da qualsiasi condotta dello stesso lavoratore, pur presente in casa, che abbia impedito l’esecuzione del controllo sanitario per incuria, negligenza o altro motivo non apprezzabile sul piano giuridico e sociale. Inoltre, è il lavoratore stesso a dover provare di aver osservato il dovere di diligenza.

A dirlo è il Tribunale di Lucca con la recente sentenza n. 85 del 01.03.2017.

Non licenziabile il dipendente che diffonde via chat immagini satiriche dell’azienda

È stata pubblicata lo scorso 31 gennaio la sentenza della Corte di Cassazione (sez. lavoro) n.2499/17 che ha considerato illegittimo il licenziamento di un dipendente aziendale assunto a tempo indeterminato (in seguito ad una vertenza giudiziaria) poiché ritenuto ritorsivo nei confronti di quest’ultimo. L’addebito disciplinare contestato al lavoratore consisteva infatti nell’aver pubblicato su una chat privata del social network Facebook, una vignetta satirica che rappresentava un coperchio di vasellina cui era sovrapposta una immagine ed il marchio aziendale.

Quando si ha Mobbing?

Per avere il mobbing, è necessario l’intento persecutorio del datore di lavoro nei confronti del lavoratore; non basta un semplice episodio o una pluralità di episodi tra loro però non collegati.

Secondo la recente sentenza della Cassazione n. 2142/17 del 27.01.2017 affinché scatti il mobbing è necessaria «una serie di comportamenti di carattere persecutorio posti in essere, con intento vessatorio, contro la vittima, in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo da parte del datore di lavoro». Inoltre, devono ricorrere, «il danno alla salute, alla personalità o alla dignità del dipendente e il rapporto di causa ed effetto tra le descritte condotte e il pregiudizio subito».

Molestie in ufficio

Con la sentenza n. 23286/2016 depositata lo scorso 15 novembre, la Corte di Cassazione ha sancito nuove regole per dimostrare eventuali molestie sessuali sul luogo di lavoro, stabilendo l’illegittimità, perché discriminatorio, del licenziamento della lavoratrice che, così come denunciato anche da altre dipendenti, ha riferito di essere stata oggetto di molestie da parte del datore di lavoro e che è stata licenziata per “ritorsione” per non aver “acconsentito”.